IL GOLFO PERSICO: DINAMICHE IN CORSO E PROIEZIONI DEGLI EFFETTI ECONOMICI PER L'ITALIA
Analisi fattuale degli scenari in corso - Maggio 2026
Nota: Il presente articolo non costituisce una previsione, ma una rassegna delle dinamiche in atto e delle possibilità basate su variabili note al momento della redazione (maggio 2026). Eventi imprevisti - inclusi sviluppi negoziali, decisioni militari o mutamenti geopolitici - possono alterare in misura sostanziale ogni scenario descritto.
Il quadro attuale: da tensione strutturale a conflitto aperto
Per oltre un decennio il Golfo Persico è stato il teatro di una tensione strutturale alimentata dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni internazionali imposte da ONU, Unione Europea e Stati Uniti, e da una serie di incidenti a navi mercantili e infrastrutture energetiche. In questo quadro coesistevano elementi di destabilizzazione - attacchi con droni e mine a petroliere, manovre dei Pasdaran nello Stretto di Hormuz - e fattori di contenimento parziale: l'accordo di Abramo del 2020 tra Emirati Arabi Uniti e Israele, la mediazione cinese per la normalizzazione dei rapporti Iran-Arabia Saudita avviata nel 2023, il coordinamento OPEC sulle politiche petrolifere.
Il 28 febbraio 2026 quell'equilibrio precario si è interrotto. Un'operazione militare congiunta di Stati Uniti e Israele - denominata "Epic Fury" - ha colpito installazioni militari e siti nucleari iraniani, provocando la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. L'Iran ha risposto con lanci missilistici contro città israeliane e basi statunitensi nel Golfo, incluse quelle negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Bahrein. Il 4 marzo 2026 Teheran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale.
Lo Stretto di Hormuz - largo circa 33 chilometri nel punto più stretto, situato tra le coste iraniane e omanite - rappresentava, prima del blocco, il passaggio obbligato per circa il 20% del petrolio commercializzato via mare a livello mondiale e per una quota analoga del gas naturale liquefatto (GNL). Secondo dati IEA relativi al 2025, il transito medio giornaliero oscillava tra 20 e 21 milioni di barili. Nessun altro chokepoint marittimo globale gestisce volumi paragonabili, e la mancanza di infrastrutture pipeline alternative con capacità equivalente rende questo passaggio di fatto insostituibile nel breve periodo.
Nei mesi successivi al blocco, la situazione è rimasta in uno stato di conflittualità intermittente. Un fragile cessate il fuoco dichiarato l'8 aprile 2026 ha avuto vita breve: i negoziati ad Islamabad si sono interrotti, gli Stati Uniti hanno dichiarato un blocco navale ai porti iraniani, e le Guardie Rivoluzionarie hanno aperto il fuoco contro petroliere che tentavano di attraversare lo Stretto. Al momento della redazione di questo articolo, il traffico commerciale attraverso Hormuz è di fatto sospeso da oltre dieci settimane, con perdite cumulative stimate dall'IEA superiori a un miliardo di barili e circa 14 milioni di barili al giorno attualmente bloccati.
Gli effetti economici per l'Italia: impatti già misurati
- Energia: prezzi e approvvigionamento
L'Italia importa circa il 75% del proprio fabbisogno energetico netto, collocandosi tra i Paesi europei strutturalmente più esposti agli shock sui mercati delle materie prime. Prima della crisi, una quota significativa del GNL acquistato dall'Italia proveniva dal Qatar attraverso Hormuz; analoga dipendenza sussisteva per alcune componenti del petrolio raffinato nelle strutture petrolchimiche di Sicilia e Sardegna.
Gli effetti sul mercato energetico sono stati immediati. Secondo dati riportati dal Bollettino Economico della Banca d'Italia (aprile 2026), il prezzo del gas europeo è passato dai circa 30 €/MWh di febbraio 2026 a picchi superiori ai 60 €/MWh nelle settimane successive al blocco, con una variazione superiore al 56% già entro l'11 marzo. Il Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile. Le stime di eccoclimate.org, istituto di ricerca energetica, indicano che il prezzo medio del gas in Europa potrebbe attestarsi tra 45 e 60 €/MWh per l'intero 2026, in funzione della durata del conflitto.
Questi rincari hanno un effetto diretto sull'inflazione domestica. I dati ISTAT di marzo 2026 mostrano un indice dei prezzi al consumo in aumento del 1,7% su base annua, sostenuto dal rincaro degli energetici (passati da -6,6% a -2,1%). Ad aprile l'indice ha registrato un ulteriore balzo al +2,7% annuo (+1,1% rispetto a marzo), con la componente energetica salita al +9,2%. Le proiezioni della Banca d'Italia indicano, nello scenario di base, un'inflazione al consumo del 2,6% per il 2026; nello scenario avverso il dato potrebbe raggiungere il 4,5%. Analisi indipendenti ipotizzano un'inflazione complessiva del 4-5% entro fine anno, con il contributo dell'energia stimato in circa un punto percentuale aggiuntivo nel quarto trimestre.
Per far fronte ai rincari, il governo italiano ha varato misure anti-rincari sui carburanti per circa 1,3 miliardi di euro, finanziate attraverso tagli ai ministeri, incassi dalle aste CO₂ e extragettito IVA. L'Italia ha inoltre avviato negoziati con i partner europei per includere la spesa energetica tra le voci per cui è possibile richiedere flessibilità rispetto al Patto di Stabilità e Crescita.
- Manifattura, logistica e settori esposti
L'impatto energetico si riflette a valle sull'intera struttura produttiva. Il Centro Studi di Confindustria, nella sua congiuntura flash di aprile 2026, segnala che lo shock energetico "si legge in molti dati sull'economia italiana": calo della fiducia delle famiglie, risalita dei tassi sovrani, attese sull'industria in territorio negativo e frenata del settore dei servizi. Gli investimenti reggono grazie alle risorse del PNRR, ma la domanda interna mostra segnali di contrazione.
Secondo il rapporto congiunto Intesa Sanpaolo-Prometeia presentato a Milano in maggio 2026, se la chiusura di Hormuz si prolungasse nella seconda metà dell'anno, la manifattura italiana subirebbe una contrazione del fatturato reale dell'1,5% nella media del biennio 2026-2027, con una penalizzazione diffusa a tutti i comparti. I margini unitari di profitto scenderebbero al 7,4% nel 2027 rispetto al 9% del periodo precedente. I settori più colpiti sono quelli produttori di beni durevoli e di investimento; una ripresa più sostenuta nel 2028 è ipotizzata solo per meccanica, elettrotecnica ed elettronica.
Sul fronte della logistica, il blocco incide sulle rotte che transitano per il Canale di Suez verso i porti italiani di Trieste, Genova e Gioia Tauro, snodi fondamentali per le merci dirette verso l'Europa centrale. Le compagnie di navigazione hanno già ridisegnato parzialmente i percorsi, con aumento dei costi di trasporto e dei premi assicurativi per il rischio guerra. La carenza di carburante per aeromobili - raffinato in larga parte nelle raffinerie del Golfo - ha indotto vettori come Lufthansa a tagliare un numero elevato di voli nei prossimi sei mesi; effetti analoghi sono attesi su altri operatori che utilizzano scali italiani.
Il settore agricolo subisce effetti indiretti di rilievo: dallo Stretto di Hormuz transitava circa un terzo del commercio globale di fertilizzanti azotati (urea e ammoniaca). La crisi si è materializzata nella stagione delle semine primaverili, con un impatto immediato sui costi di produzione agricola e potenziali conseguenze sulla disponibilità alimentare in mercati emergenti, con effetti riflessi sui flussi migratori verso il Mediterraneo.
- Posizione italiana e risposta diplomatica
L'Italia ha assunto una postura di equilibrio tra la solidarietà atlantica e la ricerca di una soluzione negoziale. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha illustrato in audizione parlamentare (13 maggio 2026) i tre assi della risposta italiana: l'asse militare-difensivo, con la disponibilità a partecipare con quattro navi a una missione internazionale per la libertà di navigazione nello Stretto; l'asse diplomatico, con contatti con il Segretario di Stato americano Marco Rubio e con il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi; l'asse umanitario-alimentare, incentrato sulle conseguenze per i Paesi più fragili. S&P Global ha confermato a maggio 2026 il rating BBB+ con outlook positivo sull'Italia, segnalando un giudizio di sostanziale tenuta della solidità finanziaria del Paese nel breve periodo.
Scenari possibili: proiezioni dall'attuale stallo
I seguenti scenari sono costruiti a partire dalle variabili note - andamento dei negoziati, posture militari, posizione dell'UE, reazioni dei monarchi del Golfo - e sono da intendersi come possibilità mutuamente esclusive, non come previsioni. La loro plausibilità relativa varia in funzione di fattori che al momento della scrittura restano indeterminati.
Scenario A - Accordo negoziale e riapertura dello Stretto (entro fine 2026)
L'IEA indica come scenario base una ripresa parziale del traffico attraverso Hormuz a partire dal terzo trimestre 2026. In questo caso, i prezzi energetici si ridurrebbero progressivamente, ma il cosiddetto "Hormuz premium" - ovvero il margine di rischio incorporato nelle quotazioni per la possibilità di nuovi blocchi - potrebbe mantenere il floor del Brent a livelli strutturalmente più elevati rispetto al periodo pre-crisi (stimato tra 80 e 100 dollari al barile nel lungo periodo). Per l'Italia, la normalizzazione significherebbe un allentamento delle pressioni inflazionistiche a partire dal 2027, una ripresa dell'export manifatturiero verso i Paesi del Golfo - che nei mesi di crisi ha subito ritardi e cancellazioni - e un ridimensionamento dei costi logistici portuali.
Scenario B - Stallo prolungato con conflittualità intermittente
Se i negoziati non producono un accordo definitivo ma si evita un'escalation militare ulteriore, si consolida un regime di navigazione parziale e condizionata attraverso Hormuz. L'Iran ha già introdotto protocolli di autorizzazione obbligatoria per le navi in transito (il cosiddetto "Vessel Information Declaration"), che configurano di fatto un pedaggio politico sul passaggio. In questo scenario, la volatilità energetica si mantiene elevata senza picchi prolungati, i costi di hedging diventano una componente strutturale per le imprese europee, e la manifattura italiana si stabilizza su margini compressi. Le stime di Intesa Sanpaolo-Prometeia per la contrazione del fatturato reale (-1,5% nel biennio) restano lo scenario di riferimento.
Scenario C - Escalation con chiusura totale protratta oltre l'estate 2026
Qualora la chiusura si prolungasse oltre il terzo trimestre 2026, gli effetti diventerebbero sistemici. Secondo analisi di Goldman Sachs e Bloomberg richiamate da fonti IEA, i prezzi del Brent potrebbero stabilizzarsi in un range di 100-120 dollari al barile, con picchi potenziali più elevati in scenari estremi. La domanda di petrolio globale si contrarrebbe significativamente per effetto dei prezzi alti. Per l'Europa, il FMI ha già parlato di possibile stagflazione - ovvero crescita stagnante combinata con inflazione sostenuta. Per l'Italia, le proiezioni della Banca d'Italia nello scenario avverso indicano inflazione al 4,5% nel 2026 e al 3,3% nel 2027, con il PIL dell'area euro in crescita di appena lo 0,5% nel 2026. Scenari di recessione tecnica per l'economia italiana non sono esclusi dalle analisi di settore. Le scorte strategiche europee verrebbero attivate, con ulteriore spesa pubblica per ammortizzatori sociali.
Scenario D - Riallineamento geopolitico strutturale
Indipendentemente dall'esito militare del conflitto, la crisi sta accelerando un riallineamento nelle relazioni tra le grandi potenze e i Paesi del Golfo. La Cina, che acquistava dall'Arabia Saudita quantità di petrolio stimate dimezzarsi a maggio 2026, ha interesse diretto a una mediazione. Nell'UE emerge una divisione tra approcci: la NATO ha annunciato possibili dispiegamenti navali a Hormuz "se lo Stretto non riaprirà entro luglio", ma senza il consenso unanime necessario. L'Italia, tradizionalmente più attendista rispetto a Francia e Regno Unito su interventi militari fuori area, mantiene una linea diplomatica che privilegia il canale negoziale multilaterale. Questo posizionamento ha creato frizioni con Washington, come rilevato dallo stesso Ministro Tajani in sede parlamentare.
Risposte europee e italiane: le leve disponibili
La crisi ha riaccelerato alcune direttrici di policy già in discussione. Sul piano energetico, l'Europa si trova in una posizione più diversificata rispetto alla crisi del gas del 2022 - grazie all'espansione dei rigassificatori e alla riduzione della dipendenza dal gas russo - ma non immune da shock sul GNL qatariano e sul petrolio del Golfo. Per l'Italia, il potenziamento dei rigassificatori esistenti e la realizzazione di nuovi impianti costituisce la leva più immediata per aumentare la sostituibilità delle forniture. Il posizionamento come hub del gas del Sud Europa - con il gasdotto TAP e i corridoi nordafricani via Algeria e Libia - rappresenta un asset strategico da consolidare.
Sul piano logistico, il blocco di Hormuz ha rilanciato progetti di rotte alternative già elaborati in passato: il corridoio via Caspio, il potenziamento delle connessioni ferroviarie con la Turchia (Middle Corridor), la ridefinizione delle rotte cargo verso il Canale di Suez da est attraverso percorsi che evitino le acque del Golfo Arabico. Questi progetti richiedono tempi di realizzazione non compatibili con l'emergenza in corso, ma le loro prospettive di investimento sono significativamente migliorate dopo la crisi.
A livello europeo, il dibattito su strumenti comuni di resilienza energetica - un eventuale European Energy Security Fund, riserve comuni di greggio, meccanismi di acquisto coordinato di GNL - è stato riattivato dalla crisi, ma senza ancora tradursi in decisioni operative. La BCE, nella riunione di marzo 2026, ha scelto di non modificare i tassi ufficiali, adottando un approccio "data-dependent" riunione per riunione, in considerazione dell'incertezza sulle prospettive di inflazione.
Conclusione: la mappa dei rischi e la domanda aperta
I dati già disponibili documentano una crisi energetica in corso con caratteristiche di inedita intensità. Il blocco dello Stretto di Hormuz - protratto da oltre dieci settimane al momento della redazione di questo articolo - ha prodotto impatti misurabili sull'inflazione italiana (+2,7% ad aprile 2026, con la componente energetica a +9,2%), sulla fiducia dei consumatori e delle imprese, e sulle prospettive della manifattura. Le proiezioni per il biennio 2026-2027 segnalano un deterioramento nei conti energetici, una compressione dei margini industriali e un'inflazione che nello scenario avverso supera il 4%.
Il rischio più rilevante per l'economia italiana non risiede tuttavia nei soli effetti diretti sui prezzi energetici - in parte mitigabili con scorte, diversificazione e misure fiscali - ma nella persistenza dell'incertezza, che comprime gli investimenti privati e aumenta il costo del credito. La conferma del rating BBB+ da parte di S&P e la tenuta degli investimenti sostenuti dal PNRR costituiscono fattori di stabilizzazione, ma la loro efficacia si riduce con il prolungarsi della crisi.
Sul piano europeo, la crisi ha evidenziato una volta di più la dipendenza strutturale dai combustibili fossili importati e ha impresso un'accelerazione al dibattito sulla transizione energetica come strumento di sicurezza, non solo di sostenibilità ambientale. I Paesi con maggiore autonomia energetica rinnovabile sono risultati più resilienti agli shock di prezzo.
La domanda che la crisi lascia aperta - e che non ammette una risposta tecnica - è di natura politica: quanto l'Europa è disposta a pagare, in termini di spesa pubblica, di scelte industriali e di impegno militare, per contribuire alla stabilità di una regione dalla quale dipende ancora in misura determinante per il proprio approvvigionamento energetico? La risposta a questa domanda condizionerà, negli anni a venire, tanto le politiche energetiche quanto le strategie di sicurezza del Vecchio Continente.
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