Un'analisi degli interessi che mossero il Risorgimento
La storiografia scolastica italiana ha costruito attorno al Risorgimento una narrazione coerente e rassicurante: un popolo che si sveglia, eroi che lo guidano, una nazione che nasce. È una narrazione potente, non priva di elementi reali. Ma è anche una narrazione selettiva - e la selezione, in storia come in ogni altra disciplina, non è mai neutrale.
Questo articolo non intende smontare il Risorgimento per sostituirlo con una contro-epopea altrettanto semplificata. Intende fare una cosa più modesta e più utile: applicare all'unificazione italiana lo stesso criterio analitico che si applicherebbe a qualunque altro evento geopolitico. Chiedersi, cioè, chi aveva interesse a che cosa accadesse, chi ne aveva i mezzi, e in quale misura la narrazione "patriottica" ha coperto - senza necessariamente falsificarla - una struttura di interessi che con il patriottismo aveva poco a che fare.
La risposta che emerge da una lettura attenta delle fonti disponibili non è quella del "complotto" - categoria intellettualmente pigra che dispensa dal ragionamento. È qualcosa di più preciso e, in un certo senso, più inquietante: una **convergenza di interessi** tra potenze straniere, diplomazia sabauda e settori delle élite italiane, in cui Casa Savoia non fu tanto il soggetto del Risorgimento quanto il suo strumento più conveniente.
I. Il paradosso militare come punto di partenza
Qualunque analisi seria dell'unificazione italiana deve confrontarsi con un dato che la narrazione epica tende a spiegare con il "fuoco della passione patriottica": come fu possibile che poco più di mille volontari - armati in modo approssimativo, privi di logistica, senza una linea di rifornimento consolidata - riuscissero a sconfiggere in pochi mesi l'esercito regolare del Regno delle Due Sicilie?
L'esercito borbonico non era, come spesso si insinua, una forza irrisoria. Contava circa centomila uomini, disponeva di artiglieria, di una marina da guerra, di fortezze ben presidiate. La resa di Palermo, la mancata opposizione allo sbarco a Marsala, la sostanziale paralisi dell'apparato militare borbonico durante l'avanzata garibaldina richiedono una spiegazione che vada oltre il coraggio dei camicie rosse.
Quella spiegazione non è unica. È il prodotto di almeno tre fattori convergenti: una crisi strutturale dell'apparato militare e amministrativo borbonico, l'azione di intelligence piemontese sul teatro meridionale, e la copertura diplomatica - quando non logistica - delle potenze straniere. Nei paragrafi che seguono esaminiamo ciascuno di questi fattori separatamente, distinguendo con cura tra ciò che è documentato, ciò che è plausibile sulla base di evidenze indirette, e ciò che rimane nel dominio dell'ipotesi non verificata.
II. Francia: l'accordo che nessuno doveva sapere
Il punto di partenza documentario più solido è anche il meno presente nella memoria pubblica italiana: gli accordi di Plombières del luglio 1858.
Tra il 20 e il 21 luglio di quell'anno, Cavour e Napoleone III si incontrarono segretamente nella cittadina termale alsaziana. L'incontro fu organizzato con cura per non lasciare tracce diplomatiche formali: Napoleone III vi si recò con il solo medico personale, aggirando il proprio ministro degli Esteri, Walewsky, apertamente contrario all'alleanza. Ciò che emerse da quei colloqui fu un patto verbale - formalizzato solo parzialmente nel trattato scritto del gennaio 1859 - che stabiliva le condizioni per una guerra franco-piemontese contro l'Austria e il conseguente ridisegno geopolitico della penisola italiana.
Il contenuto di quegli accordi è rilevante non solo per ciò che prevedeva, ma per ciò che rivela sulla natura dell'operazione. Napoleone III non era mosso da simpatia per la causa italiana: aveva in mente la sostituzione dell'egemonia austriaca con un'egemonia francese, attraverso la creazione di stati satellite sotto influenza di Parigi. Cavour, dal canto suo, puntava su un disegno opposto: contava sulla forza di attrazione del Piemonte come stato-guida destinato ad assorbire progressivamente gli altri. I due interlocutori, in altri termini, negoziavano in buona fede verso obiettivi incompatibili.
Il prezzo che Cavour si impegnò a pagare è, in questo contesto, particolarmente significativo: la cessione alla Francia della Savoia e della Contea di Nizza. Non si trattava di territori periferici: Nizza era la città natale di Garibaldi. Quando quest'ultimo scoprì, nel 1860, che Cavour aveva negoziato segretamente la sua città come merce di scambio, la reazione fu di aperta indignazione - un episodio che contribuisce a complicare la lettura del rapporto tra i due come semplice divisione di ruoli all'interno di un progetto condiviso.
Ciò che gli accordi di Plombières dimostrano con chiarezza è che l'unificazione italiana fu, almeno nella sua fase cruciale, un prodotto della realpolitik europea prima ancora che della volontà popolare italiana. Non una negazione del Risorgimento - ma una sua contestualizzazione indispensabile.
III. Gran Bretagna: il calcolo, non la simpatia
Se la Francia agiva per interesse egemonico diretto, il ruolo della Gran Bretagna nel processo unitario italiano è più sottile, e per questo più interessante da un punto di vista analitico.
Prima di esaminarlo, è necessario introdurre una dimensione che la storiografia patriottica ha sistematicamente trascurato: quella degli interessi materiali. La geopolitica dell'Ottocento non si muoveva solo su scacchiere astratte - si muoveva su risorse concrete, rotte commerciali e mercati da aprire.
Il Regno delle Due Sicilie era, nel 1860, la principale fonte europea di zolfo: materia prima indispensabile per l'industria chimica britannica (acido solforico) e per la produzione di polveri da sparo. I giacimenti siciliani, in particolare quelli dell'Agrigentino e del Nisseno, fornivano alla Gran Bretagna una risorsa strategica che Londra non poteva permettersi di vedere sotto il controllo esclusivo di una potenza rivale. Il regime borbonico aveva concesso nel 1838 la monopolizzazione delle miniere a una compagnia francese, suscitando la viva protesta di Londra - la cosiddetta "questione degli zolfi", risolta solo nel 1846 con un trattato che tutelava gli interessi britannici. L'episodio è rivelatore: la Sicilia non era, per Londra, una questione romantica. Era una questione di approvvigionamento industriale.
Sul versante francese, gli interessi materiali assumevano una forma diversa ma altrettanto concreta. I capitali francesi - in particolare quelli della finanza saint-simoniana dei fratelli Péreire, vicini a Napoleone III - cercavano da anni sbocchi nel Mezzogiorno italiano per investimenti ferroviari, creditizi e immobiliari. Il regime borbonico, con la sua politica protezionistica e la sua diffidenza verso il capitale estero, costituiva un ostacolo strutturale a questi flussi. Un'Italia unificata sotto influenza francese avrebbe significato l'apertura della penisola agli investimenti di Parigi: esattamente ciò che gli accordi di Plombières, nel loro aspetto economico, miravano a realizzare.
Questa dimensione materiale ha una conseguenza analitica importante: aiuta a spiegare perché settori consistenti delle élite meridionali - la grande aristocrazia fondiaria, i commercianti legati ai porti, i professionisti urbani - guardassero con favore a un cambiamento di regime. Non tutte, certamente, e non per le stesse ragioni. Ma per una parte significativa dei notabili del Mezzogiorno, i Borbone rappresentavano un regime chiuso, fiscalmente oppressivo e ostile al libero scambio. L'annessione al Piemonte prometteva l'apertura di mercati più ampi, l'accesso al credito internazionale e la fine di un protezionismo che danneggiava le esportazioni agricole. Il "tradimento" delle élite borboniche non fu, nella maggior parte dei casi, un atto di cinismo individuale: fu una scelta razionale di classe, dettata da interessi materiali precisi.
Londra non era filounificazionista per principio. Era favorevole a un'Italia unita perché un'Italia unita serviva ai suoi interessi: un stato peninsulare consolidato avrebbe costituito un contrappeso all'influenza francese e austriaca nel Mediterraneo, proteggendo le rotte commerciali britanniche senza richiedere un impegno militare diretto. L'interesse non era ideologico ma strutturale - lo stesso tipo di interesse che, in altri contesti, portava la diplomazia britannica a sostenere o indebolire stati a seconda della loro utilità nel sistema europeo del momento.
Questa posizione si tradusse in una serie di comportamenti documentati. La stampa britannica fu sistematicamente favorevole a Garibaldi - non per ammirazione romantica, ma perché quella copertura mediatica era funzionale a costruire un contesto internazionale favorevole all'operazione. Alexandre Dumas, presente al seguito di Garibaldi, contribuì alla costruzione del mito con le sue cronache: anche questo non fu casuale.
Il caso più citato - e più dibattuto - riguarda lo sbarco a Marsala dell'11 maggio 1860. Nel porto erano presenti due navi da guerra britanniche, HMS Argus e HMS Intrepid. Quando le navi borboniche aprirono il fuoco sull'operazione di sbarco, le cannoniere inglesi non si mossero. La loro sola presenza costituiva una copertura de facto: colpire le imbarcazioni garibaldine rischiava di coinvolgere navi britanniche, con le conseguenze diplomatiche che ne sarebbero derivate.
È necessario essere precisi su questo punto. La presenza delle navi britanniche a Marsala è un fatto accertato. Che essa fosse coordinata con l'operazione garibaldina è una tesi plausibile ma non documentata da fonti primarie disponibili al momento. La distinzione non è accademica: è la differenza tra un'analisi strutturale degli interessi e un'attribuzione di intenzionalità che richiederebbe prove che ancora mancano.
Ciò che si può affermare con maggiore solidità è il quadro generale: la Gran Bretagna non era un osservatore neutrale. Era un attore che aveva scelto, e quella scelta si manifestò in comportamenti concreti - dalla copertura della stampa alla non-interferenza militare - che favorirono oggettivamente l'esito dell'operazione.
IV. Persano: l'intelligence piemontese sul campo
Il nodo più solido sul fronte dell'azione piemontese diretta riguarda la figura dell'ammiraglio Carlo Pellion di Persano e il suo ruolo durante la spedizione.
Il 14 marzo 1860 - poche settimane prima della partenza da Quarto - Cavour mise Persano al comando della Divisione navale attiva, una struttura appena istituita. Secondo la ricostruzione dello storico Nico Perrone, basata su documentazione d'archivio, Persano non era in quella fase principalmente un comandante militare: era un capo dei servizi di intelligence, con il compito esplicito di gestire i rapporti con Garibaldi, mantenere la copertura diplomatica dell'operazione e contenerne al tempo stesso gli eccessi autonomisti. In questa lettura, il "doppio gioco" di Cavour - che pubblicamente si dichiarava contrario alla spedizione mentre privatamente la sosteneva - non era improvvisazione tattica ma architettura operativa deliberata.
La marina borbonica non intervenne in modo efficace durante né lo sbarco a Marsala né l'attraversamento dello Stretto di Messina. Se questo fu il risultato di una crisi strutturale dell'apparato militare borbonico, di un'azione di corruzione sui comandi, o di entrambe le cose, rimane oggetto di dibattito storiografico aperto. Il caso del generale Landi a Calatafimi - accusato di aver ricevuto una polizza bancaria in cambio della ritirata - è documentato a livello di fonti narrative coeve, ma non ha trovato riscontro documentale diretto negli archivi. Va trattato come tale: un indizio persistente, non una prova.
Ciò che Persano rappresenta nell'analisi è qualcosa di più circoscrivibile: la prova che Cavour aveva predisposto una struttura operativa di intelligence sul campo, e che quella struttura era attiva durante le fasi cruciali della spedizione. Il collegamento tra questa struttura e la non-azione militare borbonica è plausibile sul piano logico; è però ancora una lacuna che la ricerca archivistica non ha colmato.
V. La massoneria: un nodo reale tra fonti inaffidabili
Nessuna analisi della regia internazionale sull'unificazione italiana può ignorare il ruolo delle reti massoniche - e nessuna analisi seria può accettarlo acriticamente, data la qualità spesso scadente delle fonti che lo sostengono.
Che Garibaldi fosse massone è un fatto documentato: la sua appartenenza alle logge era pubblica e da lui stesso rivendicata. Che le reti massoniche - britanniche e francesi in particolare - fossero interessate all'indebolimento del potere temporale della Chiesa cattolica è storicamente plausibile e coerente con la posizione di quelle reti in altri contesti europei dello stesso periodo. La tesi, sostenuta dallo storico Aldo Mola, di un finanziamento massonico britannico alla spedizione - quantificato in tre milioni di franchi provenienti da un fondo presbiteriano scozzese - è invece una fonte singola, dichiarata da un'organizzazione con un evidente interesse a valorizzare il proprio ruolo storico, e non corroborata da documentazione indipendente.
Il rigore metodologico impone di tenere separati questi livelli. La massoneria come rete di relazioni e come vettore di interessi geopolitici anti-asburgici e anti-papali è un'ipotesi storiograficamente fondata. La massoneria come finanziatore diretto e organizzatore operativo della spedizione è, allo stato attuale delle fonti disponibili, una tesi non sufficientemente documentata per essere sostenuta senza riserve.
VI. Una struttura di interessi, non un complotto
Raccogliendo i fili di questa analisi, la tesi che emerge non è quella del "grande complotto" - una regia occulta e unitaria dietro cui si nasconde la "vera storia" dell'unificazione. È qualcosa di strutturalmente più complesso, e per questo più difficile da raccontare in modo semplice.
Quello che accadde tra il 1858 e il 1861 fu la convergenza, non pianificata in modo unitario, di almeno quattro vettori di interesse distinti: la Francia di Napoleone III, che cercava di ridisegnare l'equilibrio europeo a proprio vantaggio; la Gran Bretagna, che voleva contenere sia la Francia che l'Austria nel Mediterraneo; la diplomazia sabauda di Cavour, che puntava all'espansione del Piemonte come stato-guida peninsulare; e settori delle élite liberali e massoniche italiane ed europee, che vedevano nell'unificazione un'opportunità per colpire il potere temporale della Chiesa e aprire la penisola ai flussi commerciali e finanziari dell'economia europea in espansione.
Casa Savoia, in questa geometria, non fu un attore pienamente autonomo. Fu il soggetto più utile in quel momento storico a quella convergenza di interessi - abbastanza forte da essere credibile come stato-guida, abbastanza dipendente dal contesto internazionale da essere gestibile. Cavour lo sapeva, e costruì la sua diplomazia esattamente su questa consapevolezza.
Questo non svuota di significato il Risorgimento. Non elimina le passioni reali, le speranze genuine, i sacrifici di chi credette davvero in un ideale. Ma ci obbliga a distinguere tra la narrazione che quella convergenza di interessi produsse - la narrazione patriottica, necessaria per legittimare il nuovo stato - e la struttura di potere che ne era il sostrato.
Fare questa distinzione, cent'sessant'anni dopo, non è revisionismo. È il lavoro minimo che la storia richiede a chi voglia capirla invece di celebrarla.
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Questo articolo è il primo di una serie. Il secondo approfondirà le conseguenze dell'unificazione per le popolazioni del Mezzogiorno: il trasformismo della nobiltà borbonica, il ruolo dei "picciotti", il brigantaggio come resistenza, e il peggioramento concreto delle condizioni di vita nei territori annessi.*
Riferimenti principali:
- Denis Mack Smith, *Cavour e Garibaldi nel 1860*, Einaudi, 1958 (ed. orig. Cambridge, 1954)
- Denis Mack Smith, *Storia della Sicilia medievale e moderna*, Laterza
- Denis Mack Smith, *I viceré. L'isola dei Borboni*, Einaudi (per il quadro socioeconomico del Regno delle Due Sicilie)
- Salvatore Lupo, *Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri*, Donzelli (per il contesto dei "picciotti" nel 1860)
- Nico Perrone, *Il processo all'agente segreto di Cavour. L'ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa*, Rubbettino
- *Rivista Storica Italiana*, fascicolo 2/2016: *L'esercito del Regno delle Due Sicilie alla vigilia della spedizione dei Mille*
- Accordi di Plombières: testo parziale in *L'alleanza sardo-francese*, Archivio di Stato di Torino
- Carteggio Landi, Museo del Risorgimento di Milano (Epistolario Garibaldi, vol. VI, 1983)
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