Chomsky e i media: il modello, il mito, la contraddizione
La lista che non è sua (ma che tutti condividono)
Circola da anni in rete un "decalogo di Chomsky": dieci strategie del potere per manipolare le masse - dalla distrazione all'infantilizzazione del pubblico, dall'uso dell'emotivo al senso di colpa. È attribuita a Noam Chomsky, è stata tradotta in decine di lingue e viene condivisa ogni giorno da milioni di persone convinte di divulgarne il pensiero.
Il problema è che Chomsky non l'ha mai scritta.
La lista - nata in ambito web francofono nei primi anni Duemila (originariamente redatta dal blogger Sylvain Timsit) - cattura alcune suggestioni del pensiero del linguista statunitense, ma le trasforma in qualcosa di fondamentalmente diverso: un elenco di tecniche intenzionali usate da élite onnipotenti per manipolare un pubblico totalmente passivo. È quasi l'opposto di ciò che Chomsky sostiene.
Il cuore del pensiero: il modello della propaganda
Il contributo più rigoroso di Chomsky ai media studies si trova in Manufacturing Consent (1988), scritto insieme a Edward S. Herman, e nel successivo Media Control. La tesi centrale non è che qualcuno "controlli" l'informazione dall'alto con un piano segreto, ma che esistono meccanismi strutturali - economici, istituzionali, culturali - che orientano l'informazione nelle democrazie liberali senza bisogno di censura esplicita. La formula che sintetizza meglio il suo approccio è: la propaganda è alle democrazie ciò che la violenza è alle dittature.
Il modello si articola in cinque filtri attraverso cui i fatti devono passare prima di diventare notizie.
I cinque filtri autentici
1. Proprietà dei media: Le grandi corporation che possiedono i media condividono interessi con le élite economiche e politiche. Il contenuto informativo non può minare i fondamenti del sistema che li sostiene: si evitano i temi scomodi per azionisti e inserzionisti. Come scrive Chomsky: "Il potere dei media è concentrato e ancorato al capitale... Le grandi imprese che costituiscono il sistema dei media fanno parte del sistema di potere economico".
2. La pubblicità come fonte primaria: I media commerciali non vendono informazioni al pubblico; vendono il pubblico (i lettori/spettatori) agli inserzionisti. La sopravvivenza finanziaria dipende da questo scambio, il che genera una selezione silenziosa: tutto ciò che disturba i grandi investitori viene marginalizzato, favorendo l'intrattenimento disimpegnato o la polarizzazione emotiva a scapito delle analisi complesse.
3. Le fonti istituzionali: Per ragioni di costo e immediatezza, i media dipendono da fonti ufficiali - governi, ministeri, grandi aziende, think tank accreditati - che forniscono informazioni preconfezionate. Si crea una simbiosi per cui il giornalista difficilmente contraddirà la fonte da cui dipende per il suo lavoro quotidiano. Chomsky sintetizza: "Non serve la censura, basta la dipendenza".
4. Il "flak" (le contromisure): Con questo termine si indicano le pressioni organizzate, le querele, le campagne di fango o i boicottaggi pubblicitari contro i media o i singoli giornalisti che deviano dalla linea accettata. Il flak funziona come un potente meccanismo sanzionatorio che produce autocensura preventiva.
5. L'ideologia unificante: All'epoca della prima stesura questo filtro era l'anticomunismo. Oggi il meccanismo si applica ad altre cornici dominanti (la "Guerra al Terrore", il dogma del mercato globale, il neoliberismo acritico). Non serve proibire le idee alternative: basta renderle impensabili o ridicole all'interno del dibattito pubblico.
Cosa Chomsky NON dice
Tre equivoci ricorrenti vanno smentiti per comprendere il suo lavoro:
- "La gente è stupida": Chomsky non lo ha mai pensato. Al contrario, ritiene che le persone siano perfettamente capaci di comprendere la realtà, purché abbiano accesso a informazioni oneste.
- "I media controllano tutto": Il modello descrive spinte strutturali e incentivi istituzionali, non un controllo ipnotico e totale sulle menti.
- "Nulla è vero, tutto è manipolazione": Una deriva nichilista estranea a Chomsky, il cui attivismo è guidato da un profondo e razionale ottimismo sul potenziale umano e sulla capacità di riscatto democratico.
| Lista Virale (Falso Chomsky) | Chomsky Autentico (Modello della Propaganda) |
| Tecniche intenzionali e psicologiche | Strutture sistemiche ed economiche |
| Élite onnipotenti in una stanza segreta | Incentivi istituzionali e dinamiche di mercato |
| Manipolazione diretta del cervello | Selezione, filtro e riduzione della cornice del dibattito |
| Pubblico passivo e infantilizzato | Pubblico potenzialmente critico, ma privato dei fatti |
Nota teorica: Chomsky, Debord e Bourdieu
Il modello della propaganda dialoga idealmente con la sociologia europea, pur mantenendo una sua specificità. Si avvicina a Pierre Bourdieu e al suo concetto di "campo giornalistico", dove gli attori interiorizzano le regole del gioco economico e culturale senza bisogno di ricevere ordini diretti. Ricorda anche Guy Debord e la sua Società dello Spettacolo, sebbene Chomsky rimanga più ancorato all'analisi materiale dell'economia politica rispetto alla critica filosofica dell'immagine del pensatore situazionista. Resta invece distante da Michel Foucault: se per il filosofo francese il potere è microfisico, pervasivo e privo di un vero centro, per Chomsky le istituzioni finanziarie e statali rimangono centrali e chiaramente identificabili nel determinare le linee della propaganda.
Le critiche al modello
Nonostante la sua efficacia, il modello di Chomsky ed Herman ha ricevuto diverse critiche all'interno degli studi sui media. L'obiezione principale riguarda il rischio di un determinismo strutturale: descrivendo il sistema come una macchina perfetta, il modello rischia di sottovalutare l'autonomia professionale dei giornalisti, le loro battaglie interne e i casi in cui le inchieste sono riuscite a scuotere il potere dalle fondamenta (si pensi al Watergate o ai Pentagon Papers). Altri critici ne contestano la falsificabilità empirica, sostenendo che il modello tenda a interpretare sia il conformismo dei media sia le loro parziali aperture come prove della flessibilità del sistema stesso.
Perché il modello è ancora attuale
Elaborato nell'era della televisione e dei grandi quotidiani cartacei, il modello regge sorprendentemente bene l'impatto della rivoluzione digitale. I social media non hanno abbattuto i filtri, li hanno decentralizzati e automatizzati tramite gli algoritmi di ingaggio. Meccanismi come la polarizzazione, la ricerca esasperata del clic per monetizzare la pubblicità e la riduzione del tempo per l'analisi complessa non sono che l'evoluzione digitale dei filtri originari.
Tuttavia, il pensiero di Chomsky non cede al disfattismo: l'educazione critica ai media, l'auto-organizzazione collettiva e il sostegno al giornalismo indipendente rimangono strumenti concreti e praticabili di emancipazione democratica.
Il caso Epstein: le contraddizioni dell'intellettuale e la pervasività del sistema
L'attualità del modello della propaganda si scontra oggi con un paradosso biografico che ha scosso profondamente i sostenitori di Chomsky: la rivelazione dei suoi rapporti continuativi e dei passaggi finanziari tecnici con Jeffrey Epstein, proseguiti anche anni dopo la prima condanna del finanziere per reati sessuali. Di fronte alle inchieste giornalistiche, le prime risposte di Chomsky - che rivendicò sbrigativamente la totale autonomia delle proprie frequentazioni e il principio giuridico della "fedina pulita" dopo l'espiazione della prima pena - seguite anni dopo dalle scuse formali della famiglia per un "grave errore di valutazione", aprono una fessura inevitabile nella figura del pensatore.
Questa vicenda, tuttavia, non deve spingere a una sterile cancellazione, ma impone una postura critica radicale, articolata in alcuni punti fondamentali:
- Il valore analitico oltre l'infallibilità: È necessario riconoscere il valore scientifico e analitico di molte pagine di Chomsky, la cui validità strutturale rimane intatta. Tuttavia, esse non possono più essere lette come il discorso di un osservatore puro, rimasto miracolosamente immune e fuori dall'abbraccio mortale del potere che per decenni ha criticato.
- Leggere il pensiero attraverso le contraddizioni: Crollata l'illusione del "maestro incontaminato", sorge la necessità di imparare a leggere il pensiero critico attraverso le contraddizioni dei suoi autori, e non nonostante esse. Sono proprio le zone d'ombra della biografia a rivelare quanto le dinamiche di cooptazione siano complesse e sfaccettate.
- L'autonomia delle idee: Il caso Chomsky-Epstein funge da promemoria permanente: le idee devono camminare sulle proprie gambe, indipendentemente da chi le ha formulate. Il valore di un'analisi strutturale si misura sulla sua efficacia descrittiva del mondo, non sulla condotta privata o pubblica del suo estensore.
- Le idee come patrimonio comune: Questo principio si rafforza nel momento in cui comprendiamo che le idee, una volta formulate e consegnate al dibattito pubblico, cessano di appartenere all'autore e diventano patrimonio collettivo. Il "modello della propaganda" appartiene a chiunque se ne serva per decodificare la realtà, non più a Noam Chomsky.
- La difficoltà della coerenza: La vicenda mette drammaticamente di fronte all'evidenza di quanto sia difficile restare coerenti in un sistema economico e relazionale capitalista, strutturato appositamente per attrarre, connettere e cooptare anche i suoi dissidenti più radicali attraverso reti di servizi, cortesie e agevolazioni burocratiche.
- Una paradossale conferma del modello: Infine, questo scivolone biografo conferma, in modo quasi sinistro e paradossale, la validità stessa delle analisi chomskyane sulla pervasività del sistema. Se il potere e le sue reti di influenza fossero meno capillari e ipnotici di come lo stesso Chomsky li ha descritti, probabilmente un lucido decodificatore come lui non ci sarebbe caduto dentro.
Gli antidoti pratici e un modello aperto
Resta una domanda fondamentale: i nuovi media indipendenti sfuggono davvero ai cinque filtri o ne stanno creando di propri? L’algoritmo che esige engagement, il finanziamento dal basso e la pressione identitaria delle community sono forze democratiche o varianti dei vecchi vincoli sistemici? Chomsky non ha la risposta.
Ma nell'era dei social, avere la domanda è già l'inizio dell'emancipazione. Per non rimanere spettatori passivi di queste dinamiche sistemiche e per non legare la nostra emancipazione all'infallibilità di un leader d'opinione, l'azione individuale diventa fondamentale. Strumenti concreti come lo sviluppo di una costante alfabetizzazione mediatica, l'abitudine alla verifica incrociata delle fonti e il sostegno attivo e finanziario al giornalismo indipendente rappresentano i veri antidoti pratici a nostra disposizione per far camminare il pensiero critico sulle nostre gambe. Coltivare queste pratiche nel quotidiano permette di spezzare i filtri informativi e di esercitare un reale riscatto democratico.
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