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Briciole di pane

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Terapia immunizzante

Da cgc , 20 Giugno 2026

La retorica vuota persuade anche chi dovrebbe smontarla. Capire perché è il primo anticorpo.

Ci piace immaginare il pensiero critico come una corazza: chi ha studiato, chi sa argomentare, chi maneggia i numeri dovrebbe essere al riparo dalla retorica vuota di certa politica e di certi media. È una rassicurazione comoda, e in buona parte falsa. La ricerca degli ultimi sessant'anni dice qualcosa di più scomodo - a volte è proprio la capacità critica a rendere più esposti - ma indica anche una via d'uscita, e ha la forma di un vaccino.

Cominciamo da una distinzione che salva dall'equivoco. Quando qui si parla di «retorica» non si intende l'arte antica di costruire un discorso persuasivo. I sofisti, che pure avevano pessima fama, possedevano una tecnica: sapevano che cosa fosse un argomento, conoscevano le regole che stavano violando, e pagavano un prezzo intellettuale per violarle. La retorica di cui ci occupiamo è un'altra cosa. È un linguaggio che ha smesso di voler argomentare. Non cerca di convincervi di una tesi precisa: cerca di occupare lo spazio mentale in cui un giudizio potrebbe formarsi, e di lasciarlo occupato.

Né vero né falso: vuoto

Il filosofo Harry Frankfurt ha fissato la differenza decisiva. Chi mente conosce la verità e in un certo senso la rispetta: deve sapere com'è fatta per poterla rovesciare con precisione. Chi produce quelle che Frankfurt chiama, senza eufemismi, «stronzate» non si cura affatto di come stiano le cose. Vero e falso gli sono indifferenti; conta solo l'effetto. È questa indifferenza - non la falsità - a rendere la retorica vuota così sfuggente: non la potete confutare, perché non afferma nulla di confutabile.

«Il momento è delicato», «occorre coraggio», «il Paese reale chiede risposte»: frasi che non si possono dichiarare false perché non dicono niente di abbastanza determinato da poter essere falso. E ciò che non si può confutare non si può nemmeno smontare con i normali strumenti del ragionamento. È un bersaglio che si sposta proprio mentre lo si prende di mira.

Perché l'intelligenza non protegge

Qui arriva la parte contro-intuitiva, e va detta senza sconti. Verrebbe da pensare che la suscettibilità a questi trucchi sia cosa da menti pigre, e che basti studiare di più per esserne immuni. I dati dicono l'opposto. In una serie di esperimenti ormai classici, lo studioso Dan Kahan ha mostrato che, di fronte a un problema con implicazioni politiche, le persone più abili nel calcolo non ragionano meglio: ragionano meglio nella direzione che conferma la propria appartenenza. La maggiore competenza non riduce la distorsione, la amplifica.

Vale la pena lasciar sedimentare il punto. L'intelligenza critica non è un giudice imparziale: è un avvocato eccellente. Date a un buon avvocato una causa da difendere, e troverà argomenti migliori, obiezioni più sottili, scappatoie più eleganti di quante ne troverebbe un principiante. Se la causa che difende è la propria identità - politica, professionale, tribale - la stessa potenza di fuoco che dovrebbe smascherare la retorica vuota viene arruolata per giustificarla, purché lusinghi la parte giusta. La polarizzazione, non a caso, è più marcata proprio tra i più istruiti: non perché pensino poco, ma perché pensano molto, al servizio di una conclusione già decisa.

A questa meccanica se ne aggiungono altre due. Pierre Bourdieu osservava che l'autorità di un discorso non sta nelle parole ma fuori di esse: nella posizione istituzionale di chi parla, nei segnali - il titolo, il registro, la cattedra, la testata - che ci dicono in anticipo a chi dobbiamo credere. Le persone colte non sono immuni all'argomento d'autorità: sono solo più sensibili ai marcatori d'autorità giusti, quelli che riconoscono come propri. E Guy Debord aggiungerebbe che, nello spettacolo, aderire alla formula vuota non è un atto di giudizio ma un atto di appartenenza: ripetere la parola d'ordine corretta serve a collocarsi, non a capire. Il riconoscimento ha preso il posto della verifica.

C'è infine la cornice, nel senso di Noam Chomsky. Il modo più efficace per tenere docile un pubblico, sosteneva, non è impedire il dibattito ma restringere lo spettro di ciò che è dicibile e poi incoraggiare una discussione vivacissima dentro quei confini. La retorica vuota fa esattamente questo lavoro di perimetrazione: non vi dice cosa pensare, vi consegna il recinto entro cui pensare - e i più brillanti, convinti di esercitare lo spirito critico, lo esercitano tutto al suo interno.

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Recinto Chomsky

A queste tre meccaniche - il ragionamento al servizio dell'identità, l'autorità di chi parla, la perimetrazione del dibattito - se ne aggiunge oggi una quarta, forse la più pervasiva: il vettore algoritmico. La retorica vuota non passa più solo attraverso la cattedra o la testata, ma attraverso l'ingegneria dell'attenzione. Gli algoritmi delle piattaforme social non premiano la complessità o la verifica, ma l'indignazione e la rapidità. Un post che semplifica un problema in un nemico («loro») o che allarma con un falso dilemma genera più interazioni di un'argomentazione sfumata. Ma l'algoritmo non scavalca l'«avvocato interiore» di Kahan: gli seleziona le cause che più desidera vincere, servendogli in dosi continue proprio il contenuto identitariamente lusinghiero e indignante che il ragionamento è già pronto a difendere. Non aggira le tre meccaniche precedenti: le potenzia. Il «recinto di Chomsky» diventa quindi un flusso personalizzato e infinito, che non ci consegna un perimetro statico, ma ci spinge a correre sempre più velocemente all'interno di esso.

Come si svuota una parola

Se la retorica vuota fosse soltanto chiacchiera sarebbe innocua. Diventa pericolosa quando lavora la lingua dall'interno. Victor Klemperer, che annotò giorno per giorno come il regime nazista riplasmasse il tedesco, descrisse quel processo come l'assunzione di veleno a piccole dosi: non un'unica menzogna clamorosa, ma parole leggermente storte, ripetute finché sembrano naturali, che alla lunga ricalibrano ciò che si riesce a pensare. George Orwell, pochi anni dopo, indicò il meccanismo gemello: le frasi prefabbricate che pensano al posto nostro e si infilano nella mente con la comodità di un modulo già compilato.

Conviene conoscerne i sintomi, perché riconoscerli è già metà della cura.

  • L'astrazione che non si lascia falsificare. «Riforme», «cambiamento», «valori»: parole-contenitore che ciascuno riempie a piacere e nessuno può contestare.

  • Il soggetto che scompare. «Sono stati commessi errori» dice una cosa molto diversa da «abbiamo sbagliato»: la forma passiva cancella chi ha agito, e con lui la responsabilità. In politica, l'artificio è spesso più raffinato: frasi come «I mercati lo chiedono» o «Ce lo chiede l'Europa» trasformano una scelta politica discrezionale in un imperativo tecnico ineludibile, cancellando il governo che quella scelta l'ha presa.

  • Il ritmo che sostituisce la prova. Allitterazioni, elenchi a tre, slogan: la frase suona vera prima ancora di significare qualcosa, e la scorrevolezza viene scambiata per verità. Un proverbio come «chi va piano va sano e va lontano» non dimostra nulla, eppure persuade per la sola cadenza.

  • La nominalizzazione che congela l'azione in cosa. «La sicurezza», «la crescita», «l'emergenza» si presentano come fatti dati, non come scelte di qualcuno che si potrebbero discutere.

  • L'uso di metafore belliche o organicistiche. «Lottare contro il virus», «il corpo dello Stato», «la risacca migratoria», «il nemico da abbattere». Non sono argomenti, ma confezioni emotive che predispongono il giudizio in una direzione, presentando come naturale e inevitabile ciò che è invece politico e contingente.

Nessuno di questi tratti è, di per sé, una menzogna. Ed è precisamente per questo che superano i controlli: non c'è nulla da smentire, solo qualcosa da non lasciar passare.

Il vaccino

Veniamo alla terapia. L'idea che si possa immunizzare la mente contro la persuasione non è una metafora improvvisata: è una teoria scientifica con sessant'anni di prove alle spalle. Negli anni Sessanta lo psicologo sociale William McGuire, colpito dal caso di prigionieri di guerra che parevano «lavati nel cervello», si chiese se non si potesse costruire un vaccino contro il condizionamento. L'analogia è quella dell'immunizzazione: una dose indebolita dell'agente - qui, una versione attenuata dell'argomento manipolatorio - basta a stimolare gli «anticorpi mentali» senza travolgere chi la riceve. Se il fact-checking è un'autopsia che interviene a danno fatto, il prebunking è un vaccino che prepara il terreno. Non sono però alternative in concorrenza, ma strumenti complementari che agiscono in tempi diversi.

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Prisma scomposizione

Il meccanismo ha due tempi. Primo, un avvertimento: sapere in anticipo che qualcuno cercherà di influenzarci attiva le difese, come la febbre segnala che il sistema immunitario sta lavorando. Secondo, la confutazione preventiva: ci si espone a un esempio depotenziato del trucco insieme alla spiegazione di come neutralizzarlo. Da quel momento, davanti alla versione «forte» e reale del trucco, la contromossa è già pronta.

Una meta-analisi ha confermato che l'effetto è robusto e - particolare prezioso - funziona «a ombrello»: chi è stato immunizzato contro una tecnica resiste anche a varianti che non aveva mai incontrato.

È qui che la ricerca recente compie il passo più utile. Gli studiosi che oggi applicano la teoria all'ecosistema digitale - tra gli altri Sander van der Linden e Jon Roozenbeek, sotto l'etichetta del prebunking - hanno spostato il bersaglio dai singoli contenuti alle tecniche. Non si vaccina più contro la singola affermazione falsa, ma contro la mossa retorica che la veicola: il falso dilemma, il capro espiatorio, l'appello alla paura. Smascherata la mossa una volta, la si riconosce ovunque ricompaia, qualunque contenuto trasporti. È esattamente la logica di un repertorio delle fallacie: non un elenco di bugie da memorizzare, ma una grammatica degli inganni da imparare a vedere.

Facciamo un esempio. Invece di aspettare che circoli una specifica notizia falsa sugli immigrati e poi smentirla con i dati (fact-checking), il prebunking agisce prima: «Attenzione, in campagna elettorale potreste vedere grafici o video decontestualizzati per generare paura. La tecnica è semplice: si prende un dato reale, lo si priva del suo contesto (periodo storico, area geografica) e lo si trasforma in una prova di una presunta invasione». Smascherata questa mossa una volta, il pubblico diventa molto più difficile da ingannare con i grafici falsi che seguiranno, perché ne riconoscerà la struttura.

I limiti del vaccino

Resta da essere onesti sui limiti, altrimenti scriveremmo a nostra volta una rassicurazione vuota. L'inoculazione addestra a riconoscere la tecnica; ma se la suscettibilità nasce - come si è visto con Kahan - dal desiderio di credere, allora saper nominare la mossa non basta. Si può riconoscere benissimo un falso dilemma e lasciarlo comunque passare, quando a pronunciarlo è la propria parte. Per questo la terapia agisce davvero solo su due fronti insieme: la tecnica e la voglia di esserne persuasi. Il primo si addestra; il secondo si tiene a bada soltanto con un'abitudine più scomoda - sottoporre al controllo più severo non le tesi che detestiamo, ma quelle che ci fanno comodo. Un test utile è chiedersi: se questa stessa frase fosse pronunciata dal mio avversario politico, la troverei ancora valida? È un modo efficace per mettere alla prova il proprio «avvocato interiore».

E c'è una controindicazione da segnalare, perché è l'errore opposto e altrettanto diffuso. Immunità non significa sospetto generalizzato. Chi, per difendersi dalla manipolazione, finisce per non credere più a nulla e per leggere dietro ogni notizia un complotto non ha sviluppato anticorpi: ha contratto una malattia autoimmune, in cui le difese aggrediscono anche ciò che andrebbe creduto. La differenza tra il dubbio sano e il complottismo sta nella direzione della domanda: il pensiero critico chiede «Quali prove ci sono?» e accetta risposte che le smentiscono; la paranoia chiede «Quale complotto si nasconde?» e rifiuta a priori qualsiasi prova contraria per difendere una narrazione. La dietrologia non è il pensiero critico portato all'estremo; ne è il rovescio, perché abdica al lavoro più faticoso - distinguere, caso per caso, ciò che regge da ciò che non regge.

Coda

La conclusione, allora, è meno consolante e più utile di quella da cui siamo partiti. L'immunità non si eredita con il titolo di studio e non si possiede una volta per tutte. È una pratica, non un patrimonio: si mantiene, decade, ha bisogno di richiami. Davanti a una frase che suona giusta, la disciplina è sempre la stessa e si riduce a due domande disadorne. Che cosa, esattamente, si sta affermando? E su quali prove? Una retorica vuota non sopravvive a lungo a chi gliele pone davvero. Il problema, come si è visto, non è non saperle porre: è ricordarsi di farlo anche - soprattutto - quando la risposta ci piacerebbe.

Riferimenti

  • Harry G. Frankfurt, Stronzate (On Bullshit), 1986 / 2005.

  • Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich, 1947.

  • George Orwell, La politica e la lingua inglese, 1946.

  • Pierre Bourdieu, Ce que parler veut dire - Lingua e potere simbolico, 1982.

  • Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967.

  • Edward S. Herman e Noam Chomsky, La fabbrica del consenso, 1988.

  • William J. McGuire, studi fondativi sull'inoculazione, 1961-1964.

  • John Banas e Stephen Rains, meta-analisi sulla teoria dell'inoculazione, 2010.

  • Dan M. Kahan, Ellen Peters, Erica Dawson, Paul Slovic, «Motivated Numeracy and Enlightened Self-Government», 2017.

  • Sander van der Linden e Jon Roozenbeek, ricerche sul prebunking, 2019-2022.

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